martedì 14 novembre 2017

lunedì 9 ottobre 2017

Dialogo di un venditore d'almanacchi e d'un passeggere, a proposito de' recenti accadimenti di Catalagna



Venditore – Almanacchi, almanacchi nuovi; gazzette d'oggi. Bisognano, signore, almanacchi o gazzette?
Passeggere – Avete le gazzette d'ogg'istesso?
Venditore – Sì signore; eccovi il Gazzettino delle Venezie, il Monitore di Forlimpopoli, l' Avvisatore di Lucca...
Passeggere – E, ditemi, riportano codeste gazzette e codesti avvisatori l'ultime nuove a proposito della Catalagna...?
Venditore – Certamente che sì, mio signore, e con grande dovizia. Esse contengono le dichiarazioni di Sua Maestà il re d'Ispagna, de' suoi ministri, le grandi sfilate di folle in Barcellona e le trascrizioni dell'assemblee del Parlamento di Catalagna.
Passeggere – E contengono esse eziandio i numeri del plebiscito per l'indipendenza...?
Venditore – Mio signore, senza meno.
Passeggere – Credete voi dunque che l'indipendenza della Catalagna si farà...?
Venditore – Signore, io son persona poco istruita...mi chiedete forse voi un parere sovra accadimenti di cotanta importanza in una contrada sì distante...?
Passeggere – Sì, e le vostre opinioni le m'interessano; d'altro canto, a voialtri che vendete le gazzette, non capita mai di leggerne alcunché...?
Venditore – Invero non lo disdegno, e mi compiaccio di tenermi al giorno delle cose.
Passeggere – Orbene, vi sarete quindi fabbricato un' opinione.
Venditore – Sia pur vaga, signore; ma, secondo il mio parere, una contrada la non puote distaccarsi facilmente da un regno antico, potente e illustre come quello d'Ispagna. Le son tutte chimeruole senza senso alcuno.
Passeggere – Credete voi dunque che 'l popolo della Catalagna non debba avere il desiderio, e anche il diritto, di reclamare la propria indipendenza da un antico e illustre regno? Pensate alla nostra Patria, all'Italia, e a' suoi sforzi acciocché tante terre si distaccassero dall'Impero Austriaco...credete voi che sia fatto a buon diritto?
Venditore – Invero che sì, mio signore. Io sono buon patriota e mi son battuto per l'Italia a Curtatone e Montanara.
Passeggere – E come fate allora a sostenere che 'l popolo di Catalagna non abbia eguale diritto? Anche la nostra era una chimeruola?
Venditore – Affé mia, no di certo! Ma noialtri, mio signore, siamo ben differenti da' todeschi, dagli slavi e da' barbari d'Ongarìa. I catalagni 'e sono spagnuoli come quelli di Madrile, di Toledo e di Siviglia...
Passeggere – Ignorate voi dunque che la Catalagna possiede un proprio idioma diverso dallo spagnuolo, e che gli spagnuoli non intendono, una sua letteratura, una sua cultura? Ignorate voi che la Catalagna 'e fue lungamente sovrana, e che essa fa parte dell'Ispagna soltanto dall'undici di settembre dell'anno mille e settecento quattordici...?
Venditore – Ohibò, mio signore, lo ignoravo. Le gazzette, sapete, scrivono che son tutti spagnuoli. Con ciò, non veggo perché la si dovrebbe distaccare da un regno sì eccelso che le diede fama e ricchezza.
Passeggere – Le diede ricchezza ma se l'è pur presa; e le gazzette riporteranno per certo le minacce che 'l Borbone di Spagna ha profferito alla Catalagna, di ruinarle i commerci, gli scambi e la riputazione or che le nazioni d'Europa si son raunate in un comune mercato.
Venditore – Ne parlano, e credo che 'l re d'Ispagna non sia nel torto. E aggiungo che un gran numero di catalagni desidera restare a far parte dell'Ispagna...
Passeggere – Codesto gli è pur vero; come sapete, a tale riguardo era stato infatti chiamato il popolo di Catalagna a plebiscito, acciocché s'esprimesse. Ma il re d'Ispagna e il primo ministro don Mariano lo impedirono, inviando la truppa a schiacciare quella consultazione, assaltando e fedendo.
Venditore – Questo non fu ben fatto.
Passeggere – Anche voi quindi siete d'accordo su che si dovesse fare.
Venditore – E' si doveva fare, ma con tutto questo credo che non si puote intaccare l'unitade dell'Ispagna, signore mio. Ella esiste da secoli. I regni e gli stati 'e non si fanno e disfano a piacimento.
Passeggere – Però nell'istoria, sapete quanti stati, regni e pur anco imperii 'e si son fatti e disfatti. Pensate all'Imperio Romano. Esso era assai più potente del Regno d'Ispagna, non credete? O per andar più vicini a noi nel tempo, pensate al dismembramento del regno de' Croatti, de' Servi e de' Cragnolini (*), che tanti lutti e ruine addusse or sono anni alcuni...
Venditore – Ma quel regno vivea sotto una dura tirannia. L'Ispagna è un regno ove 'l popolo ha la voce.
Passeggere – L'Ispagna è rimasta lungamente sotto eguale e durissima tirannia per mano del dittatore don Francisco Franco e Bacamondi, che si ribellò ottant'anni or sono e mosse assieme a' Mori una orrenda guerra intestina; egli poi ebbe a opprimere per quarant'anni il suo stesso popolo, e ancor più duramente i catalagni e i baschi.
Venditore – Ma don Francisco ubbidiva al re e alla Santa Religione; nel regno' degli Slavi erano de' senza Dio.
Passeggere – E credete dunque che pur li catalagni sieno de' senza Dio?
Venditore – Per quanto ne so, credettero fortemente in de' malfattori che proclamarono l'abolizione della Fede, distrussero e saccheggiarono i templi et arrivarono a sovvertire tutti gli ordinamenti.
Passeggere – Li catalagni le son teste calde, gli è pur vero. Non ostante ciò, non credete che essi avrebbero 'l diritto di governarsi da soli se lo desiderano?
Venditore – Può darsi che sì, mio signore; eppure non mi convincono i loro pensieri e le loro azioni. Meglio far parte d'un'Ispagna potente e forte, che ridursi a un picciol regno di niuna importanza, o -Iddio ne scampi- a una repubblica.
Passeggere – Sapete voi che anche il nostro grand'eroe, Giuseppe Garibaldi, era fautore di una repubblica.
Venditore – Sì, ma poi ubbidì a' sovrani savoiardi e ben fece.
Passeggere – Come vedete voi dunque l'avvenire della Catalagna?
Venditore – Anderanno avanti ma saranno duramente schiacciati e puniti; l'avvenire gli è questo. Non mi rende felice, ma non veggo come puote essere altramente.
Passeggere – Pur troppo, qui debbo dichiararmi d'accordo con voi. I plebisciti son doverosi, ma se un popolo desidera distaccarsi da un regno di cui e' non si sente parte, la sola azione da intraprendere 'e gli è la formazione di un'armata di popolo guidata da buoni generali e uffiziali, che sappia confrontarsi bravamente con forze soverchie.
Venditore – Si vedrebbe così davvero se desiderano l'indipendenza, o se le son solo chiacchiere e cicalecci di qualche agitatore. Le non esistono strade diverse; i plebisciti e le illusioni le si somiglian come fratelli gemelli.
Passeggere – Così è. E ricordate che ogni autorità di questo mondo, i regni, gli imperii e le repubbliche, hanno sempre un principio, ma anche una fine.
Venditore – E fia che, in un remoto avvenire, la Catalagna poterebbe di nuovo desiderare di riunirsi all'Ispagna.
Passeggere – All'Ispagna, alla Francia o al Mondo della Luna. E chi lo puote sapere, signore. Per l'intanto, staremo noi a vedere; fortunatamente, da noialtri non esistono tali perigli. L'Italia è una e indivisibile.
Venditore – E così penso anch'io; in fondo, le son cose di paesi lontani.
Passeggere – Lontanissimi e rimoti. Ditemi, vendete voi anche lo Starnazzatore della Padania...?
Venditore – Dolente di deludervi, signore mio, ma quel gazzettino cessò d'esser pubblicato alcun tempo or fa.
Passeggere – Lo ignoravo.
Venditore – Posso darvi, se lo desiderate, un esemplare della Gazzetta del Diporto con le ultime e interessanti nuove su' tornei di pallacorda, di tamburello e di pugilazione.
Passeggere – Mi chiedevo invero se la nostra fazione la si fosse qualificata per il torneo terraqueo di pallacorda che ha d'aver luogo nell'Impero Russo, impero sancito da Dio e che non avrà mai fine. Datemi una copia della Gazzetta del Diporto.
Venditore – Eccovela, signore; costa un bajocco e venti crazie. Grazie illustrissimo, e a rivedervi. Almanacchi, almanacchi nuovi; gazzette d'oggi !

(*) Antica italica denominazione degli Sloveni.


venerdì 29 settembre 2017

Oggi, ventinove settembre



Oggi, ventinove settembre. Credo sia stato dato molto più risalto, oggi, al cinquantesimo anniversario della famosa canzonetta, quella del ventinove settembre, quella dove lui è seduto in quel caffè e non pensava a te. Oppure al compleanno in coabitazione di Berlusconi e di Bersani. Oggi, ventinove settembre, fanno invece pure quarantadue anni dal massacro del Circeo.  Dallo stupro del Circeo, dallo stupro e dalle torture a morte di Donatella Colasanti, 17 anni, e di Rosaria Lopez, 19 anni.

E' da allora, anche se sarebbe più corretto dire da sempre, che bisognerebbe prendere le foto di quei tre fascistelli assassini, l'Andrea Ghira, l'Angelo Izzo e il Gianni Guido, e sbatterle sul muso ai fascisti di oggi, specie quando si mettono a fare i "difensori delle donne", i castratori chimici, gli organizzatori di fiaccolate quando viene toccata una donna dall'immigrato, quando cianciano di "sicurezza". Prendere le foto di quei tre e dire loro: Toh, guardatevi allo specchio perché siete come loro.

Perché non siete né del secondo o del terzo millennio; siete sempre uguali, sempre quelli, anche se quarantadue anni dopo state là a atteggiarvi a paladini della donna, sempre che la donna sia "italiana" o comunque "occidentale". Quelli che hanno affibbiato lo "stupro nel DNA" a rumeni, albanesi, negri, stranieri in genere, quando quella foto di Donatella e Rosaria nel bagagliaio della Fiat 127, una morta e una morta lo stesso anche se rimase viva per anni ancora, vi ricorda il vostro, di DNA; assieme a quello di tutti coloro che vi vengono ancora dietro comunque vi facciate chiamare.

In mezzo a tutte le pur giuste considerazioni sulla violenza di genere, sul patriarcato, sul sessismo, sul razzismo, sarebbe bene ricordare bene chi siete voialtri, e del vostro odio verso le donne. Voialtri fascisti, quelli dei "pugni duri" e delle "tolleranze zero". Voialtri che, dai vostri "social", dalle televisioni, dai giornali, da ogni cosa, chiamate "bestie" gli stupratori africani, gli esseri inferiori. Non altrettanto "bestie", però, sono i carabinieri italiani; eppure, a parte quelli di Firenze, non sembra certo che sia un "episodio isolato". E' ad esempio solo di ieri questa notizia, passata ovviamente sotto il generale silenzio. 

Sembra che i tre fascisti del Circeo, i "bravi ragazzi", le "facce pulite" che si sono ben riprodotte in quelle dei fascisti di oggi, mentre se ne tornavano a Roma la sera del 30 settembre 1975 con le due ragazze nel bagagliaio, che credevano morte tutte e due, si dicessero cose del tipo: "Guarda come dormono bene queste due" e "Zitti, che a bordo ci sono due donne". Se ne andarono a cenare tranquillamente, quei bravi giovanotti tutti patria e onore, in un ristorante dove, sembra, vennero pure alle mani con alcuni militanti di sinistra. Poi lasciarono la 127 targata Roma H16917 in viale Pola, probabilmente intenzionati a disfarsi dei cadaveri delle ragazze in un secondo momento. Donatella Colasanti però non era morta, per salvarsi aveva fatto finta di esserlo. Si mise a gridare e fu sentita da un metronotte. Ai carabinieri arrivò una chiamata alle 22.50, alla volante Cigno; partì un messaggio in codice: "Cigno, Cigno, c'è un gatto che miagola dentro una 127 in viale Pola". Lo intercettò anche un fotoreporter, che quindi poté essere presente, alle 23, all'apertura del bagagliaio della 127. Rosaria Lopez era morta, ne uscì fuori Donatella Colasanti massacrata.


Due dei tre fascisti, l'Izzo e il Guido, italianissimi e di buona famiglia, furono arrestati entro poche ore. Spavaldi e sorridenti. Eccoveli qui tutti e tre, in modo che possiate fare un raffronto, magari se incrociate una fiaccolata di Forza Nuova o un raduno di Casapound mentre fanno i bravi difensori civici contro il "degrado", o per le "case prima agli italiani", o contro gli "immigrati". 


Sarebbero stati tutti e tre condannati all'ergastolo. Dei tre, Andrea Ghira non fu mai preso. La sua "buona famiglia" lo aveva aiutato a sparire. Fuggì nella Spagna ancora franchista, arruolandosi nel Tercio, la legione straniera spagnola; sembra sia morto per overdose nel 1994 e sepolto a Melilla, anche se ogni tanto c'è ancora qualcuno che lo avvista. Sarà magari nel Borneo assieme a Hitler e a Elvis Presley, chissà. Gianni Guido evase dal carcere di San Gimignano nel 1981, scappando poi nella Buenos Aires della giunta militare; due anni dopo, a giunta caduta dopo la guerra delle Malvine, venne riconosciuto e arrestato. In attesa dell'estradizione, nel 1985 riuscì a scappare di nuovo; ma nel 1994 venne riacciuffato a Panama, dove aveva una concessionaria di automobili. L'11 aprile 2008, Gianni Guido è stato affidato ai servizi sociali dopo 14 anni passati a Rebibbia. Il 25 agosto 2009, fruendo di uno sconto di pena grazie all'indulto, Gianni Guido è stato definitivamente scarcerato. Come si potrebbe dire: per alcuni, messi particolarmente bene, la fine della pena mai arriva più mai che per gli altri. Il suo "ergastolo" è consistito in 22 anni di carcere e in 11 anni di latitanza ben coperta in Sudamerica, senza che peraltro si siano mai scomodati capi di stato interi come nel caso di Cesare Battisti. Come ebbe a dire Letizia Lopez, la sorella di Rosaria: "Il signor Guido non ha affatto scontato la sua pena; è andato in Argentina, è scappato all'estero, ha fatto gran parte della condanna ai servizi sociali, ha usufruito di permessi. Ma insomma mi chiedo con quale coraggio una persona così con quello che ha fatto, e senza mostrare pentimento, ora gira libero per Roma."

L' "ergastolo" del fascista Angelo Izzo ebbe invece termine nel novembre del 2004, quando i giudici del tribunale di sorveglianza di Palermo gli concessero la semilibertà. Il 28 aprile 2005, a Mirabello Sannitico in provincia di Campobasso, Angelo Izzo strangolò a morte Maria Carmela Linciano, di 49 anni, e Valentina Maiorano, di 14 anni, rispettivamente moglie e figlia di Giovanni Maiorano, un pentito della Sacra Corona Unita pugliese che Izzo aveva conosciuto in carcere. Izzo si è preso di nuovo l'ergastolo; e mi sembra di sentire, in sottofondo, il bla bla bla sulla certezza della pena. 

Donatella Colasanti è morta per la seconda volta il 30 dicembre 2005, a Roma, per un tumore al seno. Pochi mesi dopo il massacro del 1975, dalla Spagna, Andrea Ghira scrisse agli amichetti Izzo e Guido in carcere, assicurando loro che sarebbero usciti presto "per buona condotta", e minacciando di uccidere Donatella Colasanti perché non testimoniasse contro di loro. 

Oggi, ventinove settembre. E anche domani, trenta settembre. Quarantadue anni dopo, sono così "in", così di moda, così coccolati, così di successo, così castratori chimici, così impegnati nel sociale, così terribilmente somiglianti a quei tre.

martedì 26 settembre 2017

La parola Servo



La parola italiana servo (e le corrispondenti nelle altre lingue neolatine) deriva dal latino seruus (in una fase anteriore *seruos; le grafie presuppongono una pronuncia *serwus, *serwos, in cui la “w” ha esattamente il valore semivocalico che ha attualmente in inglese). Quanto all'origine della parola latina, certamente indoeuropea, le opinioni sono un po' divergenti; le due principali riportano la prima ad una connessione con il greco (già Omerico) σειρά [seirá] corda, fune” -a sua volta connesso, nella generale “evanescenza” della s- iniziale in greco, con il verbo ερω [éirō] legare, collegare”- e con il latino sero “collegare, connettere”. Il servo sarebbe quindi “colui che è legato”, sia fisicamente sia socialmente, ad un padrone. Uno schiavo, insomma: infatti, è questo il significato che seruus ha in latino (cfr. l'italiano “servaggio” ecc.). Ipotesi senz'altro molto logica; senonché è stata considerata da molti fin troppo logica, e confutata (probabilmente a ragione) con un'altra, che vuole seruus collegato alla radice indoeuropea *swer- / *swor- / *swr- che è quella del “vedere”, dell' “osservare”, del “fare la guardia”, del “sorvegliare”. E, in effetti, a tale radice viene connesso precisamente il verbo latino servāre “custodire, conservare, sorvegliare”, nonché il greco ὁράω [horáō] (da *swor-a-ō) “io vedo”. Il servo sarebbe quindi in origine semplicemente un “custode”, una “guardia”: una delle funzioni storiche principali del servo, quella di far da guardia al padrone (beninteso, anche la parola guardia, che è di origine germanica -ingl. ward, warden, ted. warten “aspettare, attendere”-, è da alcuni connessa alla radice indoeuropea di cui sopra) e, soprattutto, in ambito latino (la parola è ovviamente antichissima), al suo bestiame. Un guardiano di vacche e di porci, insomma; quantomeno curioso (o forse no) che dalla medesima radice indoeuropea e al medesimo grado apofonico *swer- derivi anche il greco ρως [hērōs] (da *swer-wo-s), in origine “protettore”. In Omero il termine significa ancora soltanto “protettore del popolo”, “uomo abile al combattimento” (si direbbe ora: “abile e arruolato”...); il significato odierno di “eroe” è molto successivo.

Nell'antico mondo latino, il passaggio di seruus al significato di “schiavo” fu, come dire, naturale e assai rapido. Serui erano infatti i nemici fatti prigionieri, ridotti in schiavitù, “conservati” come merce (ancora la medesima radice...) e venduti al miglior offerente. Così antico e così moderno, insomma. I serui, cioè gli schiavi, venivano messi a fare i guardiani dei porci e delle terre, a loro volta bestiame da lavoro (latino labor “vacillo sotto un peso gravoso”). Un'evoluzione si ha quando il seruus viene “promosso”, in certi casi, al ruolo di schiavo domestico, ma comunque di bassa lega, lo sguattero o il lavacessi per intendersi. Lo schiavo di ruolo “superiore”, il servitore di casa, era detto fāmulus, dalla fondamentale radice indoeuropea del “dire”, *fā- / *fē- (quella del latino fōr “dico”, in-fā-ns “infante, colui che non parla ancora”, e del greco φημί [fēmí] “io dico”). Il fāmulus, insomma, era uno schiavo ma aveva il diritto di “dire qualcosa”, di aprire bocca, venendo quindi promosso al rango di essere umano, seppure di serie C. Dalla medesima radice deriva, naturalmente, anche il termine fāmĭlia “famiglia”, in origine il “complesso della servitù” sottomesso rigidamente al patriarca, e comprendente sia i familiari in senso stretto sia la servitù. Tutta una famiglia, insomma; non a caso, nell'italiano arcaico, il domestico di casa veniva detto famiglio.

Tornando alla parola servo, la sua evoluzione naturale nel tempo non ne intacca mai il senso di “guardiano” ridotto in varie forme di schiavitù. L'esempio più ovvio è quello dei servi della gleba medievali (gleba = terra, connesso con globus “zolla di terra, palla di terriccio”). I servi della gleba, come è noto, erano “legati alla terra” e non potevano disporre né delle loro persone, né dei loro beni: erano una pura e semplice proprietà addetta al lavoro agricolo. E' comunque abbastanza curioso e indicativo che, da calcoli documentali storici, è risultato che un servo della gleba medievale aveva comunque molto più tempo libero dal lavoro di quanto non ne abbia un operaio o un agricoltore dei tempi d'oggi: miracoli della società industriale.

Ad un certo punto, però, la pura e semplice schiavitù, la presa di possesso (in razzie e guerre) e l'asservimento totale della persona da sfruttare come animale da lavoro, cambia parola. Restando il servo nelle sue prerogative, ma con una sorta di “promozione” umana e -a volte- con una retribuzione (il rapporto dipendente-padrone), lo “schiavo” viene così denominato quando, già nella Germania del X – XI secolo, si cominciano ad assoggettare interi popoli di origine slava, che vengono appunto ridotti in schiavitù. In pratica, lo “slavo” diventa lo schiavo per antonomasia, un Untermensch da mettere a sgobbare e basta. La parola “slavo”, come etnonimo, è intesa in tutt'altro modo dai nazionalisti slavi, che la connettono con slava “gloria”. Più probabilmente, però, la connessione è con il termine panslavo slovo “parola”: in pratica, nella concezione degli slavi, essi stessi erano “coloro che parlavano”, mentre il termine di “non parlante, muto”, nemec, era riservato a chi parlava una lingua a loro incomprensibile, ovverossia i tedeschi (nemec significa “tedesco” in tutte le lingue slave). E così gli slavi erano gli schiavi per i tedeschi, e i tedeschi erano i muti per gli slavi. Si tratta, in pratica, della riproposizione del classico βάρβαρος: i "barbari" erano i "balbuzienti", coloro che non si capivano quando parlavano, in una lingua, appunto, barbarica.

Verso il XIII secolo la denominazione di slavus arriva nell'Europa meridionale, con l'immissione di una “c” (sclavus) per ragioni di probabile eufonia (come la “d” che i fiorentini mettono in “Isdraele” per dire “Israele”): il termine passa nel mediolatino e anche nel greco bizantino e poi moderno σκλαβός [sklavós]. Lo “slavo” diventa quindi, nella visione medievale, il “popolo assoggettato”, la massa informe degli schiavi; e la terminologia non di rado si confonde e si intreccia. Così, ancora nella forma originaria schiavo o schiavone può significare ancora “slavo”, come testimonia la Riva degli Schiavoni di Venezia (= “Riva degli Slavi”) oppure il famoso Vocabolario italiano e schiavo di fra' Gregorio Alasia da Sommariva, il primo dizionario (XVII secolo) italiano-sloveno.

Di converso, almeno un popolo slavo, pare “impadronirsi” (per modo di dire) dell'antico seruus: i serbi. Da una parte gli “slavi” sono gli “schiavi” nel mondo occidentale, mentre ai serbi viene riservata la parola latina col medesimo significato (serbo srb -sic-, bulgaro sărb ecc; la parola passa anche nel romeno sârb). E ricominciano gli intrecci e le confusioni: in Italia, nei tempi passati, era tranquillamente in uso il termine di Servia per la Serbia, e i serbi venivano detti servi. Va detto però che il termine autoctono ha una diversa e più antica origine, prediletta logicamente dai serbi e dagli slavi in genere: sarebbe quella che fa risalire la denominazione esattamente al termine per “protettore della nazione, eroe”, *swerwos, che abbiamo già visto per il greco ρως. Sulla quasi omofonia, o comunque decisa somiglianza, viene innestata la denominazione di "servi". Sarebbe d'altronde assai poco probabile che un popolo intero, e perdipiù fieramente bellicoso, avesse accettato per se stesso una denominazione tanto infamante. Si tratta comunque di un intreccio inestricabile, sin dalle origini, tra schiavi, eroi e guardiani di porci. Da sottolineare il fatto che, nell'inglese moderno, fino a tutto il XVIII secolo non si è mai distinto tra “schiavi” e “slavi”: tutti e due slaves. La differenziazione (slave “schiavo”, Slav “slavo”) è recente ma ha toccato la pronuncia, [sleiv] per “schiavo” e [sla:v] per “slavo”.

Un'ultima e necessaria annotazione riguarda la denominazione dello “schiavo liberato”: il ben noto libērtus dell'antica Roma, insomma. L'etimologia, rimandando magari a chissà quando per la parola “libero”, è chiara. La resa di una nominale libertà personale allo schiavo da parte del padrone veniva sancita con un ceffone: l'emancipatio, ovvero la “liberazione dalle botte” con l'ultimo schiaffo. In realtà, generalmente il liberto non si allontanava dal padrone, restandogli legato fino alla morte e a volte raggiungendo posizioni di rilievo, specie se era dotato di cultura. Restava comunque un servo del padrone, ed è una connotazione del tutto moderna, pensando a quanti, anche oggi (giornalisti, politicanti ecc.), pur essendo dei perfettissimi servi, si autodefiniscono invariabilmente “liberi”, “liberali”, “libertari” (è il caso ad esempio di Vittorio Feltri). C'è pure un giornale intero che si chiama “Libero”, peraltro da parecchi chiamato “Schiavo”; vi scrive, tra gli altri, un guardiano di porci che si faceva chiamare anche “Agente Betulla”. Ma viene in mente anche quanto si definivano (e venivano definiti) “liberi” gli Indro Montanelli e compagnia bella.


lunedì 25 settembre 2017

Cadeaux 2


BALLATA DEL SILENZIO


Cerchi la tua vita
nel paese del paradiso perduto,
ricorda i confini che hai varcato
e se in un qualche giorno è la tua festa,
nasconditi il nome per non farti trovare.

Solo un pensiero ti viene dietro
nelle sere,
se forse anche tu la tua vita rinnegherai
tre volte.

Tutto ti è estraneo,
ritorni nell'arena della città.
E a chi sarà importato seppure un poco
di te, che nascondevi la paura nello sguardo
dimenticato di quando eri un bambino?

Si fa deserto intorno,
e la città ti atterra le ali.
Per il sogno svanito nella polvere
nessuno ti ha chiesto scusa,
chi si prenderà la colpa del silenzio?

Solo un pensiero mi viene dietro
nelle sere,
se forse anche io la tua vita rinnegherò
tre volte.




(Maria Farandouri, Μπαλάντα της σιωπής, di Magda Papadaki, musica di Makis Ablianitis)

Cadeaux



Le tablier de cuisine avec le chat noir (moi, je fais toujours semblant que c'est une chatte noire, mais peut-être que je ne suis pas loin de la vérité).
Une clope déjà prête. Oui, je confesse que je l'avais préparée avant.
Un briquet avec des voiles au vent, ou dans le vent, ou sans vent...peu importe.
Le “Little Red Song Book”, édition de 1923, avec les chansons de Joel Emmanuel Hägglund.
Une tasse de café noir, assez bien sucré. Ça ne me dégoûte pas du tout!
Un sachet de filtres “OCB”.
“Demanding the Impossible. A History of Anarchism” de Peter Marshall, éditions PM Press, Oakland, Californie.
“Perché non sono cristiano”, un vieil exemplaire traduit du pamphlet de Bertrand Russell (2 euros, auto-cadeau).
Deux essais sur Camillo Berneri écrits par un ami.
Des tracts annonçant une manif' contre quelqu'un qui n'est pas venu parler de “religions” et d' “intégration”.
Une très belle journée de soleil. C'est un beau cadeau, mais ça serait pareil même s'il pleuvait.
Mes magazines de mots croisés, ouais.
Des pensées sans cesse. Des pensées bien exactes.
Et l'absence de la mort.
Tout le reste, ça peut bien aller se faire foutre.

Salut!

venerdì 22 settembre 2017

Minniti, Trentin e il Lama (Dalai)




Sabato 23 settembre arriva a Firenze nientemeno che Marco Minniti. Ci viene in occasione del "Festival delle Religioni", al quale è arrivato in visita persino una superstar, Sua Santità il XIV Dalai Lama, Tenzin Gyatso, con annesso Richard Gere. In attesa di sapere chi vincerà il festival (personalmente voterei per i Pastafariani, ma dubito che abbiano passato il turno), bisogna ora vedere di che cosa verrà a discutere il ministro del Daspo urbano.

Ergo, per chi proprio non se lo volesse perdere, il 23 settembre alle ore 11, presso il cenacolo di Santa Croce (luogo che si confà all'elevata spiritualità di Minniti) si svolgerà l'incontro "Religioni: occasione o ostacolo all'integrazione", che sarà moderato da Lilli Gruber e che vedrà la presenza, oltre a quella succitato ministro Minniti, del dott. Pietro Bartolo, il celeberrimo medico di quella Lampedusa che attualmente, cambiato il sindaco a furor di popolo, sta tornando a gran passi ai vecchi cari discorsi degli immigrati ladri, molestatori & delinquenti. Salutiamo quindi il ritorno in Europa della pluricelebrata isola in odore persino di premio Nobel per la Pace, quello che hanno dato persino a Kissinger.

Stavo quindi per scrivere tutto quanto un sesquipedale pippone su Marco Minniti; poi mi è venuta in mente una cosa semplice, elementare. Una cosa che liquida, a mio parere, tutta la questione. Marco Minniti è semplicemente un perfetto prodotto del Partito Comunista Italiano, nel quale è entrato da giovanissimo. Niente di più e niente di meno. Minniti il dalemiano. E' il prodotto storico degli Zangheri che chiamano i carri armati a Bologna. Il prodotto storico dei Berlinguer. Il prodotto storico di un agire politico che non intendo definire affatto "deriva", bensì logico e prevedibile sviluppo. Si tratta semplicemente di una linea coerente che ha il suo punto di partenza nel passato, e che si è svolta in modo lineare. E non soltanto per Marco Minniti, naturalmente.

In concomitanza con la presenza di Marco Minniti a Firenze per il "Festival delle Religioni" è stata organizzata a Firenze una manifestazione (sabato 23 settembre, concentramento alle ore 16 in piazza dei Cavalleggeri, di fronte alla Biblioteca Nazionale). La piazza si trova a breve distanza da Santa Croce. La manifestazione, intitolata "Minniti, Firenze ti schifa!" è stata organizzata da diverse realtà antagoniste fiorentine. Santa Croce e settembre; mi è venuto in mente un settembre di venticinque anni fa, proprio in piazza Santa Croce.

Quel giorno, in piazza Santa Croce, c'era un altro prodotto del Partito Comunista Italiano: il compagno Bruno Trentin. A ripensarci sono strane le coincidenze: era il 22 settembre 1992. Trentin era un accanito fumatore di pipa.


Era venuto, Bruno Trentin, a spiegare alla piazza fiorentina l'accordo di luglio. La morte della scala mobile, firmata il 31 luglio 1992 da CGIL, CISL e UIL con il governo Amato, assieme al blocco della contrattazione aziendale fino alla fine del successivo 1993. L'accordo sofferto, definito dallo stesso Trentin "brutto ma inevitabile", e per il quale aveva presentato le dimissioni da segretario della CGIL, poi "congelate" fino al 1994 (quando fu sostituito da Sergio Cofferati, a proposito di prodotti). Successe, come forse qualcuno ricorderà, che Firenze, in quel settembre del 1992, schifò parecchio il compagno Trentin che aveva più a cuore l'inflazione del riadeguamento automatico dei salari al costo della vita. E così accadde più o meno quanto segue.

Il corteo che doveva portare i lavoratori in piazza Santa Croce era stato fatto sfilare per via Verdi "contromano", vale a dire nel senso contrario a quello normale di marcia dei veicoli. Poiché le stradine laterali non erano state bloccate, si sfilò dal corteo uno spezzone di Autonomi, seguiti da altre entità tra le quali una Rifondazione Comunista che, allora, era in fase "movimentista". Si sfilarono, in generale, tutti coloro che non andavano in piazza Santa Croce per ingoiare; ce n'erano ancora tanti. E quindi, giù per via del Fico, via delle Pinzochere, le stradine medievali che sboccano in piazza Santa Croce. Rifondazione Comunista si era occupata dei pomodori; gli altri del resto. E fu così che la Firenze che schifava quel prodotto del PCI che se ne stava sul palco, vi si ritrovò esattamente sotto.

E partì di tutto all'indirizzo del compagno Trentin, che soffriva tanto. I pomodori, naturalmente; e poi ogni cosa, cucchiaioni, lo slogan Amato boia, Trentin è la sua troia, chiavi inglesi, romaioli, pensionati che mostravano i cazzotti e gliene dicevano di tutti i colori, e poi, naturalmente, i famosi bulloni. E' passata alla storia come il "lancio dei bulloni", ma può essere che fossero in minoranza. E fu così che il compagno Trentin fu cacciato via da piazza Santa Croce, fu cacciato via dalla Firenze che schifava lui e tutti quelli come lui. Dando peraltro il via a tutta una serie di iniziative analoghe laddove Trentin si recò in seguito a far deglutire l'accordo di luglio: se non mi ricordo male, a Torino, a Bologna, a Milano. Ci fu allora, naturalmente, chi dichiarò immediatamente di non stare né con Trentin, né coi bulloni; sarà stato con chissà chi. Ovviamente c'erano anche quelli che applaudivano il compagno ex-partigiano, tutti belli contenti, tutti vogliosi di isolare i violenti, tutti felici di farselo mettere nel culo.

Accadde anche un episodio decisamente curioso, anche se ha una sua precisa logica. Dopo la cacciata di Trentin da piazza Santa Croce, ci fu più di uno che diede la colpa alla Lega. Sì, proprio la Lega, la Lega Nord di Bossi, insomma. Si faceva fatica a pensare, nel 1992, che esistesse ancora "qualcosa" a sinistra del PCI (anzi, già PDS) e del sindacato di regime, la CGIL, Confederazione Generale degli Ingoiatori del Lavoro. Quindi doveva essere stata la Lega, la destra, i fascisti in camicia verde. Ora, si dà il caso che, a quei tempi, a Firenze di leghisti ce ne saranno stati in tutto quattro o cinque, ad essere larghi.

Parecchia fatica a pensare che, nella Firenze del 1992, mutatis mutandis (o "cambiate le mutande", come dico non di rado per celia), fosse accaduta qualcosa che ricordava la cacciata di Lama dall'Università della Sapienza di Roma, il 17 febbraio 1977. Altro segretario della CGIL e altra pipa. Ma non fumammo con lui, non era venuto in pace. Ma allora sì, si sapeva bene che cosa c'era a sinistra del PCI e dei suoi prodotti che stavano generando altri prodotti, quelli che si vedono ancora oggi, dopo quarant'anni.




La manifestazione di sabato prossimo sarà, naturalmente, del tutto pacifica. Anzi, pacificata. Se ne andrà per il suo percorso, griderà le sue cose e, c'è da giurarlo, avrà il suo sound system. Io non me lo sono mai spiegato, il sound system. Un furgone che spara musica più o meno del cazzo a tutto volume, quando la vera musica delle manifestazioni dovrebbe casomai essere quel che si urla. Minniti? In questi giorni, col Festival delle Religioni e pure con Theresa May che ha scelto proprio Florence per la sua dichiarazione di addio all' "Europa", c'è lo scenario consueto: polizia a vagonate, zone interdette, cecchini appostati sui tetti. Piazza Santa Croce? Off limits. Il Minniti viene a fare una visitina a Nardella, che è pure più minnitiano di lui. Sebbene non mi risulti che fumi la pipa (ma chissà che qualche volta una pipatina non se la faccia di nascosto), il signor Ministro degli Interni viene assolutamente in pace. Viene a discutere delle "religioni" come "ostacolo o occasione per l'integrazione". 

Macché Trentin, macché via del Fico e via delle Pinzochere. Ehi, state tranquilli come un azzurro e placido mare d'estate. Non ci passerà nemmeno un moscerino, da quelle stradine (che sono, peraltro, dall'altra parte di Piazza Santa Croce). Pomodori? Romaioli? Bulloni? Ora ti arrestano e ti denunciano anche se lanci dei coriandoli. Anche se scrivi qualcosa su un muro all'indirizzo, che so io, del compagno Marco Minniti da Reggio Calabria, il post-comunista che, pure lui, firma. C'era chi firmava l'accordo per smantellare la scala mobile, e c'è chi firma la condanna a morte per migliaia di poveri, di diseredati, di nessuno, e senza fare una piega. Quello che firma gli accordi, di luglio o di qualsiasi altro mese, con le bande armate libiche. Quello del Daspo urbano, perché le pratiche di repressione capillare si sperimentano prima negli stadi e poi si applicano in ogni direzione. Quello che ha definitivamente reso la figura del sindaco non tanto uno "sceriffo", quanto un esecutore fidato di repressione a livello cittadino. Un podestà, insomma. Diceva giustamente qualche giorno fa il comico Crozza: "Non lasciamo il fascismo ai fascisti!"

Quindi, fratelli e sorelle, pace, pace e pace. Pace in piazza e pace ovunque. Pace nelle camere e nelle telecamere. Pace e integrazione. Pace e accoglienza. Pace e Daspo. Pace e sgomberi. Pace e tante belle, calde, saporite, croccanti religioni. Pace e manganelli. Pace e Minniti. Lama? Ora, di Lama, c'è solo il Dalai, portatore di pace, faro di spiritualità, e tanto amato dai divi hollywoodiani. Chi altro può vincere il Festival delle Religioni? Minniti?